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INCONTRARTI 2005. Le proposte del Premio Vasto
a cura di Daniela Madonna
con testi di Carmen Colameo e Debora De Gregorio

Sala Vittoria Colonna, Palazzo d'Avalos, Vasto (CH)
   
           
    Come il giudizio e il senso del fanciullo intorno al bello è da principio necessariamente grossolanissimo, cosa che dimostra evidentemente come il detto giudizio dipenda dall’assuefazione, così il giudizio e il senso della massima parte degli uomini circa il bello, resta sempre imperfettissimo non per altro, se non perché la massima parte degli uomini non acquista mai una tal esperienza da poter formare quel giudizio minuto, esatto e distinto, che si chiama gusto fino. Cioè: 1. non considera bene le minute parti degli oggetti, per poterle confrontare, e formarsene quindi l’idea della proporzione determinata, idea ch’egli non ha; 2. non ha l’abito di confrontare minutamente, ch’è l’unico mezzo di giudicare minutamente della proporzione o sproporzione, bellezza o bruttezza, buono o cattivo.
                                        
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, pensiero del 20 giugno 1821)
 
   
   

L’idea del bello nasce, come quella del buono, dalla semplice assuefazione. Per contrasto, ciò che l’abitudine fa apparire distante dai canoni di bellezza e bontà risulta essere brutto e cattivo.
Solo l’esperienza, il confronto e il dubbio possono affinare la percezione ed i conseguenti giudizi, di norma adagiati sulla linea dell’appiattimento critico imposto da complesse stratificazioni culturali e contestuali.
Le considerazioni leopardiane appaiono più che mai attuali nella realtà odierna, avida divoratrice di fenomeni e promotrice dell’effimero e del superficiale. In un’epoca in cui tutto si consuma rapidamente, si fa decisivo l’invito a soffermarsi sui particolari di quel che ci circonda, a lacerare l’involucro delle apparenze per guardare l’esistente con occhi pronti a fare a meno di filtri accomodanti o semplificanti.
Si tratta di una proposta che ha risvolti etici, ma anche estetici. Difficilmente, anzi, i due ambiti possono essere separati: l’arte, oggi, ha il compito di favorire il moltiplicarsi di esperienze che portino i soggetti interpretanti a sviluppare quello che il poeta recanatese chiama gusto fino, ovvero la capacità di esercitare il discernimento valoriale in modo acuto e meditato.
In altre parole l’arte, grazie alla peculiare attitudine che le permette di stimolare il pensiero divergente dell’osservatore, ha il ruolo di educare alla percezione di ciò che non è immediato e che richiede, anzi, il turbamento delle convinzioni pregresse.
Ciò è tanto più vero per l’espressività delle nuove generazioni di artisti, scrigno di consapevolezze metabolizzate e specchio delle problematiche protagoniste del presente divenire.
A tali generazioni intende dare voce IncontrArti 2005, frutto del dialogo costruttivo stabilito, soprattutto negli anni più recenti, tra il Premio Vasto ed i giovani, coinvolti sia nella veste di artisti che in quella di fruitori.
La rassegna, collaterale alla XXXVIII edizione del Premio Vasto d’arte contemporanea, coinvolge sei esponenti dell’arte abruzzese e molisana e parla al pubblico attraverso i linguaggi della pittura, della scultura e delle installazioni.
Il raffinato iperrealismo di Antonella Cinelli interpreta l’emersione di un’Ofelia del terzo millennio, cullata da acque limpide e rassicuranti, quasi domestiche. Il dramma del personaggio shakespeariano si dissolve in un bagno di luce atemporale, rivelatrice di una sensualità quotidiana eppure nobile, nitidamente simboleggiata da eleganti orchidee rosa.
Nelle sculture di Giuseppe Colangelo masse possenti e dinamiche si inseguono nel moto primordiale della conquista spaziale, testimoni del silenzioso schiudersi di creature vegetali alla vita. La pietra rappresenta il grembo ospitale e fruttifero dal quale germogli ardimentosi si elevano, accogliendo la sfida della continua trasformazione di una materia umile e tenace. La mano dell’artista dispensa l’energia della rinascita, eternandola.
Le tele di Marco Ercolano racchiudono frammenti narrativi che si susseguono come fotogrammi estrapolati da un’unica cellula topologica. Interni in penombra ospitano figure proiettate verso un oltre misterioso, intriso di nostalgia, riflessione, annoiata curiosità. Attrice principale della rappresentazione è una femminilità che si abbandona a giochi di seduzione stanchi e indolenti; ogni sprazzo di vitalità è paralizzato da ombre incombenti che offuscano gli sguardi ed innescano criptici meccanismi di attesa, condanna o reminiscenza.

Emiliano Faraone
cattura, nell’atto di scolpire, il fascino vigoroso di un universo astratto ma nel contempo evocante particolari reali, tangibili, familiari. Nelle sue opere impeti velatamente zoomorfi danno forma a sensazioni filtrate attraverso il crogiuolo di una razionalità dominante, eppure profondamente attratta dal richiamo dell’istinto. I concetti rappresentati si rivestono della grazia della materia, dono mirabile della Maiella Madre.

Le installazioni di Antonella Ferri si concentrano sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente, che dal figlio più ingegnoso della natura viene modificato e talvolta violentato. L’artista cerca di riaccendere lo stupore primigenio del contatto diretto con la bellezza degli elementi naturali, utilizzando la tecnologia come mezzo ma non come fine. Le protesi artificiali, prolungamento degli organi di percezione, ammutoliscono di fronte all’incontro immediato tra uomo e creato.

Vanni Macchiagodena
presenta un duetto espressivo coinvolgente pittura e scultura. Sottofondo comune, un’aura altamente poetica che avvolge i soggetti rappresentati. Figure plasmate nella duttile argilla, scolpite nella pietra o dipinte con tocchi delicati, fermano nel tempo gesti di ordinaria straordinarietà, latori di emozioni custodite in un sensibile locus interiore.

Le proposte di IncontrArti 2005 avviano un nuovo percorso di conoscenza dell’arte contemporanea, avvicinandola ai fruitori di ogni età, a partire da quelli più giovani. Un auspicio accompagni lo svolgimento della manifestazione: che ogni visitatore, confrontandosi con le opere e gli artisti, possa avvertire in sé il guizzo dello stupore e l’esigenza di irridere l’ovvietà attraverso la ricerca di inferenze personali.

   
       
       
       
       
       
       
     

Daniela Madonna

   
   

Iperrealista sembra, a prima vista, la pittura di Antonella Cinelli. In realtà indietreggia di un passo, o sopravanza al di là dell’algido nitore, riconquistando l’immagine nella sua piena, consapevole corposità. E sono proprio corpi i soggetti delle sue opere; corpi di giovani donne seminude, “riarchitettati” attraverso minime variazioni, sapientemente giocate tra prospettive sghembe, tagli di luce radente, velature di colore, fondo scuro, positure. Antonella è una giovane e apprezzata promessa della Nuova Figurazione Italiana. La pittura riaffronta, nel suo lavoro, tutte le peculiarità che le sono proprie. La tecnica viene sondata attraverso un esercizio continuo e indispensabile sul colore, sull’impasto, sul tono, sulla costruzione particolareggiata del soggetto. La nudità della donna è presentata in maniera delicata, elegante, anche se con posture ardite. Le parti del corpo, definite volta per volta, insinuano tra loro un gioco-forza comunicativo, che nel complesso si risolve nella liceità della presenza tanto fisica, quanto emozionale. Dalla “femmineità” alla femminilità, dunque, densa, originaria, propiziatrice.
La serie Ofelia, presentata a IncontrArti, dimostra la rapida evoluzione della sua ricerca. Il soggetto diventa letterario, per cui simbolico; lo sfondo si schiarisce, al posto dei bruni, gli azzurro-verdi dell’acqua, le sue vibrazioni, le sue trasparenze. La tematica affronta una riflessione più consistente e, come per Delacroix, Millet, o West, ispirati dallo stesso personaggio, riesce a condensarsi in una rappresentazione contraddistinta da un raffinato lirismo. La “dolce follia” di Ofelia presenta se stessa e quella di tutte le donne.

   
     

D.D.G.

   
   

Le sculture di Giuseppe Colangelo sono incentrate sulla ricerca di una continuità tra forma plastica ed energia pulsionale, che dall’interno della materia procede nelle varie manifestazioni della natura in un percorso circolare, quale ierofania in atto. Le sue sono sculture impregnate di energia vitale scaturita dal grembo materno, sentito come elemento alchemico che in sé racchiude i contrari e apre ad una conoscenza mitica e poetica, legata ad una simultaneità di significati.
Nell’avvilupparsi delle forme specchiate nel proprio contrario, visivamente colto come principio maschile e femminile, troviamo una essenziale forma narrativa  correlata a percezioni tattili e sonore profondamente sinestetiche. Cambiando punto di vista possiamo scorgere, nel movimento circolare delle sculture, basamenti che diventano incastri amorosi, profili che creano la suggestione di giovani eroi in lotta o di parti del corpo umano come timpani, seni ed organi sessuali. La plasticità del concavo e del convesso partecipa ad una metamorfosi continua che trova una sua stabilità nel movimento rotatorio sottoposto ad una forza centripeta prevalente, opposta al magnetismo esercitato da una divergente spinta cosmica.
Partito da Moore, Brancusi e  Boccioni, Colangelo recupera nel suo linguaggio plastico echi derivati da Michelangelo e Bernini: l’interesse per il tema della lotta sprigionata dalla materia che in sé contiene un’anima vitale e l’attenzione per la luce come forza drammatica e sensuale.

   
     

C.C.

   
   

Dopo aver analizzato diversi linguaggi artistici del ‘900, Marco Ercolano si confronta con la componente figurativa. La tecnica narrativa ci immette in  un’atmosfera da thriller. Gli elementi indagati sono la realtà pittorica, lo spazio fisico contemporaneo, il raddoppiamento dell’immagine, l’altro e lo sdoppiamento delle cose sottratte alla percezione fenomenologica, classica e naturalistica. L’ombra propria e l’ombra portata pongono interrogativi su un mondo parallelo che ci accompagna nel quotidiano e trova una sua esternazione nel tema dello specchio, dove il rapporto con le figure viene mantenuto, nel trittico presentato, in una riduzione di uno a due, che consente una continuità con lo spazio dell’osservatore. Ecco un gioco di incastri, di cornici, di incassature, che conservano il fascino esplorativo delle pitture fiamminghe sulla genesi del quadro, quale vano percettivo, proiettivo e continuativo della realtà, dove l’illusione delle cose pone la questione della “natura morta”. Temi, questi, che si coniugano con una ricerca spinta nella scelta di alcune inquadrature vicine al linguaggio del cinema e del fumetto. La coerenza del reale risulta, così, soltanto apparente nel rapporto tra spazio, tempo ed immagine. La figura umana, sottratta allo spazio lineare e consequenziale,  interagisce con iper-spazi che sono allo stesso tempo iper-testi comunicanti, in cui l’estraneamento è dato da uno scollamento esperenziale piuttosto che surrealista. La pittura tonale accostata all’uso di grandi campiture cromatiche rafforza questa sensazione mediante una luce autonoma, che ricorda alcuni brani della pittura del Rosso Fiorentino, come di Giorgio de Chirico.

   
     

C.C.

   
   

La scultura, essendo stato dissolto il suo status tradizionale, appare oggigiorno come categoria artistica abbastanza vulnerabile. Nel contesto della produzione contemporanea, risulta insolito che un giovane artista usi ancora la pietra come “materiale da digerire”, così dura, così carica di storia, specialmente se gli si offrono materiali tecnologici più consoni alla modernità. Emiliano Faraone la sceglie invece con convinzione e semplicità, e assieme ad essa sceglie la scultura con i suoi caratteri più singolari, come la manualità artigianale, gli intensi ritmi di lavoro, il rigore. Afferma che la scultura è una ricerca sensoria che oscilla tra contaminazione e armonia. Un concetto contemporaneo, quest’ultimo, che si serve dei canoni classici per esser reso manifesto. La modalità operativa prevede l’applicazione dei principi della Sezione Aurea, scelta coniugata alla dicotomia tra il vedere e il sentire, il pensare e il fare, tra la realtà e l’immaginario, che  qualunque artista avverte sempre nel suo operare. Le opere in pietra della Maiella, marmo o bronzo ottemperano alla musicalità, al ritmo, all’energia. Vi è in esse l’alternanza di superfici morbide, sinuose, organiche con linee spezzate e piani geometrici, con parti grezze o levigate, sincopati in modo da mantenere sempre la compattezza della visione d’insieme. Il sapiente contrappunto di pieni e di vuoti modula il rapporto con la luce e con lo spazio, ricostituendo interezza e armonia, nella costante ricerca di un valore, di un equilibrio tra rigore e forma. La ricerca di Faraone si sta indirizzando verso una misurata semplificazione della resa,  nell’essenzialità di una forma più sintetica ed espressiva, che lascia maggiorazione alla materia e al suo potere evocativo.

   
     

D.D.G.

   
   

E’ impegno arduo [….] riattribuire
a ciascuna cosa la sua natura
e quanto le è proprio.
Plinio, Naturalis Historia
 

   
   

La riflessione attorno alla quale Antonella Ferri sviluppa la propria ricerca parte ovviamente dalla considerazione della realtà che la circonda. Essa si condensa nella tematica del VIAGGIO, espediente più necessario a stimolare il suo particolare percorso creativo, nonché metafora dell’esistenza umana: il viaggio della vita, il viaggio di dentro. Adamo ed Eva, protagonisti diretti o indiretti dei suoi lavori, sono all’origine di tale viaggio. Chiudendo le porte dell’Eden, al momento della loro partenza, hanno innescato una serie di eventi progressivi e nella progressione hanno cercato il rischio di compromettere la loro essenza. Simboli ancora positivi della creazione e della procreazione, cui non viene mai meno il principio vitale, ma viene meno la percezione  di questo e il suo completo godimento. Ma la riflessione è molto più vicina e attuale. Antonella dice che l’uomo contemporaneo è fisicamente assente da se stesso e dall’altro, presente solo nell’uso di mezzi tecnologici, che separano la realtà naturale. L’evoluzione è positiva, ma la tecnologia non proporzionata può ridurre la naturalità della vita cui l’uomo era destinato, condannandolo ad una “sospensione” innaturale. Non è questione di rimodellare il corpo o di cercare un’identità, quanto piuttosto di presenziare alla posizione di uomo, di conoscersi e riconoscersi tale. Antonella dà un destino alla sua opera: arriverà il momento in cui natura, naturalezza e naturalità riprenderanno il loro posto, di questo l’uomo già si accorge nell’intimità, nella coscienza di un attimo, nelle sottili sollecitazioni del mondo interiore.

   
     

D.D.G.

   
   

La scultura di Vanni Macchiagodena è tesa alla sintesi formale della figura umana, di cui conserva la riconoscibilità, intravista nel suo valore universale piuttosto che particolare. Il suo modellato è in rapporto privilegiato con la linea, capace di creare sottili vibrazioni con lo spazio. Una linea intimista, morbida e meditativa, che procede nel silenzio e si rivela nella delicata modulazione della luce, così sospesa tra disegno, elemento aereo e materico.  Il suo lavoro si basa sulla riflessione dei maestri “pre-moderni” del Trecento e del primo Quattrocento e prosegue, nel contemporaneo, attraverso Brancusi, Marino Marini, Arturo Martini e Alberto Viani, fino a Giuliano Vangi, con cui condivide la rara capacità di misurarsi, in chiave attuale, con la dimensione del sacro. Allo stesso tempo le sue opere  rivelano, nella loro essenzialità, riferimenti che spaziano da alcuni tratti della scultura etrusca, si vedano i sorrisi peculiari delle sue figure, fino ad elementi formali tratti dall’iconografia giapponese. In antitesi con qualsiasi atto mimetico, l’attenzione estetica si pone, nella sua opera, in relazione alla percezione interiorizzata del tempo e dello spazio, in cui le sue figure si stagliano come poetiche presenze, investite da un’aurea carica di sognante umanità, visibile anche negli inediti dipinti qui presentati.

   
     

C.C.

   
           
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