EVENTI CULTURALI
IncontrArti

         

altre edizioni
2010
2009

2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002

  Mulier
INCONTRARTI 2007. Le proposte del Premio Vasto

a cura di Daniela Madonna,
presentazione storico-critica di Bianca Campli

Sala Michelangelo, Palazzo d'Avalos, Vasto (CH)
8-28 luglio, ore 19.00/24.00 (ingresso gratuito)
Info. 333.7320861/339.4287017

Inaugurazione Domenica 8 luglio, ore 18.30

   
           



 

Basta entrare in qualunque stanza di qualunque strada perché salti agli occhi tutta quella forza, estremamente complessa, che è la femminilità. E come potrebbe essere altrimenti? Perché sono milioni di anni che le donne siedono in quelle stanze, cosicché ormai le pareti stesse sono intrise della loro forza creativa, la quale ha sopraffatto a tal punto la forza dei mattoni e della malta che deve per forza attaccarsi alle penne e ai pennelli e agli affari e alla politica. Ma tale forza creativa differisce enormemente dalla forza creativa degli uomini. E si deve concludere che sarebbe mille volte un peccato se essa venisse ostacolata o sciupata, perché è stata conquistata con secoli della più drastica disciplina e non c’è niente che possa prenderne il posto. Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero come gli uomini o vivessero come gli uomini o assumessero l’aspetto di uomini, perché se due sessi sono insufficienti, considerata la vastità e varietà del mondo, come faremmo mai con uno solo?

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, saggio tratto da due conferenze tenute nel 1928)
 

   

Sono trascorsi molti lustri da quando Virginia Woolf, riflettendo sulle condizioni necessarie all’attività letteraria ed artistica in genere, sottolineava l’imprescindibile valore dell’autonomia economica e di una stanza tutta per sé, intesa anche come spazio e respiro dell’anima. Presupposti, questi, per secoli negati alle donne non solo dalla diffusa e dominante povertà materiale, ma anche dal ruolo sociale affannosamente ricoperto e da un’autopercezione castrante.
Negli anni ’70 Elena Gianini Belotti, nel saggio Dalla parte delle bambine, considerava come la creatività e l’ingegno femminili venissero obnubilati dai pregiudizi e dal sistema educativo,  attraverso il lento sedimentarsi di condizionamenti provenienti dalla famiglia, dalla scuola, dai mezzi di comunicazione e persino dal gioco, in età infantile. Naturalmente neppure l’universo  maschile sfuggiva alla tirannia dello stile formativo allora diffuso, che lo portava a reprimere aspetti importanti della propria interiorità. L’autrice auspicava l’avvento di un’educazione che permettesse il naturale sviluppo delle qualità della persona in quanto tale, al di là del discrimen sessuale.
Oggi, almeno in via teorica, tale prospettiva sembra essersi realizzata. Almeno qui, e ora, in questa fetta occidentale del Pianeta sempre in bilico tra conquiste archiviate e ambiguità di gestione delle tanto sbandierate libertà individuali. In concreto, molti sono ancora i passi da compiere verso un’acquisizione di diritti che non sia solo gridata o sospirata, bensì vissuta realmente ed in modo sereno. Ma questo discorso porterebbe lontano.
L’ispirazione da cui prende avvio la mostra Mulier parte da una constatazione: le donne hanno scelto di abitare la stanza di cui parlava la Woolf, anche per fare arte. Ne hanno ripulito i muri da ogni decorativismo e lucidato gli specchi in modo che cessassero di riverberare solamente un pallido riflesso di Adamo. Ne hanno aperto le porte, per sfuggire alla paura di perdersi nella propria complessità. Hanno deciso, infine, di esplorare quella stessa complessità attraverso il linguaggio artistico, per viverla fino in fondo e raccontarla.
Le otto espositrici proposte da IncontrArti narrano dunque la storia di Mulier, non solo femina, non solo uxor, non solo mater, non solo domina, ma anche artifex, artista, che interpreta il mondo e lo traduce in illuminazioni etico-estetiche.
Così è per gli enormi fiori androgini di Emanuela Camacci, contenitori simbolici in cui convivono la fecondità femminile e quella maschile, l’antico invito a cogliere la vita per esorcizzarne la fugacità, il sacro impeto della riproduzione che perpetua il miracolo dell’esistenza. L’eco dolorosa della sensualità, nelle sculture, è stemperata attraverso il filtro dell’ironia, che scivola su arti disarticolati e fili di sutura cantando l’inno della sopravvivenza.
La fucina ritrattistica di Lucilla Candeloro è luogo di confessione e riscatto per tanti personaggi incontrati chissà dove e chissà quando, destinati ad estinguersi nella loro parvenza di realtà eppure eterni per mano dell’artista. La loro presenza aleggia con imponenza, risucchia lo spettatore verso un incontro d’impatto, tenta di distoglierlo dalla perversa distrazione che alberga nel quotidiano incedere del passante contemporaneo. Il quale passa, appunto, spesso senza lasciare segni.
La pittura tonale di Valentina Crivelli sembra affiorare dalla tela come il rossore su un volto sorpreso dall’emozione. Percepite da un’adeguata distanza, pennellate compatte e analitiche restituiscono una lucida lettura dei rituali della cura della persona, reiterate “torture” che rispondono al dictat dell’edonismo somatocentrico. Ma l’obbligo di piacere e di piacersi, caduti gli effimeri orpelli a cui si aggrappa, cede il posto ad uno struggente desiderio di essere riconosciuti al di là delle apparenze. All’avvicinarsi dell’osservatore, la consistenza delle immagini indietreggia e si scompone in macchie di colore dai margini ben definiti, quasi a rendere visibile l’energia spirituale dei soggetti raffigurati.
Nelle elaborazioni digitali di Rossella Fava l’innaturale compenetrazione tra il volto umano e le prigioni di cemento metropolitane mette in luce una claustrofobica percezione dello spazio-città, del paesaggio antropico che a volte diventa minaccioso e perde la sua funzione di condensatore relazionale, custodendo immense solitudini. Gli occhi-sentinella dell’artista, però, reagiscono dignitosamente all’affronto dei taciti giganti architettonici, che potrebbero sparire ad un semplice battito di ciglia, ad una sola negazione dello sguardo, risucchiati dal senso di vuoto incombente.
Le spirali lapidee di Stefania Palumbo contengono nel loro nucleo la sintesi di ataviche potenzialità inespresse, il vigore del seme che si schiude alla metamorfosi della germinazione. Lo slancio verso l’esterno, verso l’inconosciuto, esprime poi il percorso dell’esperienza personale che si completa attraverso l’incontro con l’altro, in un moto centrifugo che introduce pienamente nell’alveo della vita e ne contempla il corso.
Quella di Antonella Tiozzo è una poesia scolpita nella pietra, affidata a sillabe algide eppure duttili tra le dita. Candidi fili di marmo sono le sue parole, che si appigliano alle pieghe del transeunte come tenaci ragnatele percorse dal vento, evocando il cammino di ricostruzione seguito a fasi di angoscioso smarrimento. Compongono il carme della rinascita, che mastica la polvere, strappa le lenzuola, prepara le ali ad un nuovo volo. Salutano l’avvento della quiete ritrovata, l’enigmatica modulazione del sorriso che dileggia le ceneri del passato.
Il diario pittorico di Maria Luisa Valenzano intende registrare l’eccezionale normalità del menage di tutti i giorni, condotto insieme agli affetti più preziosi entro confini conosciuti e rassicuranti. Il suo è un racconto intimo, profondo, che cattura frammenti isolati di un mosaico domestico in divenire. Testimone privilegiata della rappresentazione è una calda e soffusa luminosità, che piove all’interno degli ambienti accarezzando i profili delle figure e ammantandole di una scintillante aura sacrale.
La dimensione domestica e familiare affascina anche Tiziana Vanetti, che con tocchi rapidi e dinamici ritrae momenti di  ordinaria condivisione spazio-temporale da parte di ristretti gruppi parentali. Le tinte che predilige sono neutre, eleganti, rilassate e rilassanti come le pose dei protagonisti dei suoi quadri. A vivacizzare l’impianto generale delle opere, gradazioni vibranti accendono particolari di forte richiamo visivo, proiettando lo spettatore all’interno delle scene dipinte.

Questo è lo scrigno di Mulier, che certamente si arricchirà grazie al confronto con l’intelligente pubblico dei fruitori.

 
   
     
       
       
       
     

Daniela Madonna

   
   

Emanuela Camacci
Fiore > ciclo biologico
Fiore misterioso, intimo, seducente. Corpo tenero e virile nella sua sensualità rosea, umana, di carne viva; fragile ed effimero.

Rappresentazione del ciclo biologico della vita e della morte; il fiorire che corrisponde allo stato femminile di fertilità, associato alla nascita. Fallo-fiore che sboccia, florido, vigoroso ed esuberante. Vivo per un periodo labile, fugace, transitorio. Coglierne l’attimo, prima che scompaia e muoia.
Il filo alla radice come espressione d’unità e molteplicità. Il filo come trama di un vestito, che copre per poi denudare. Srotolandosi ne rivela la debolezza, la fragilità, ma anche l’aspetto più provocante, voglioso, erotico. Pianta carnivora, turgida e carnosa; attrae per adescare.
Il fallo come elemento primario della tradizione monolitica, dove la seduzione del volume interno invita a toccare. La verticalità richiama alla rappresentazione dell’uomo in relazione alla protezione divina. Come appare nel rituale dei Menhir, lunghe pietre piantate verticalmente nel terreno, puntate verso il cielo in un desiderio di contatto tra mondi, di forza assoluta.
Esaltare l’aspetto architettonico, scultoreo dell’opera e dello spazio nella sua totalità, considerandola nel suo insieme come organismo vivo, autonomo ed in continua evoluzione.

   
           
   

Lucilla Candeloro
Facce ovunque. Dietro questa presenza pressante e velatamente claustrofobica di volti, sembra nascondersi l’attesa di qualcosa: balena l’idea che  l’autrice sia in debito con tutte quelle persone, per il fatto stesso di averle create, e che loro adesso vogliano delle risposte. Questa sensazione è ulteriormente accentuata dalla capacità tecnica dell’artista che, se ad un primo sguardo può apparire sterile accademismo, in realtà rende queste figure “presenti” e vibranti, condizioni necessarie affinché possano avvicinarsi il più possibile all’universo dello spettatore: l’universo delle persone che esistono davvero. La galleria di facce creata da Lucilla Candeloro ha ipoteticamente origine in persone realmente esistenti, o esistite: si tratta con ogni probabilità di persone che non avendo goduto di un riconoscimento in vita, sperano di ottenerlo almeno nella loro dimensione riprodotta. Una sorta di riscatto attraverso  l’arte. Esiste però, in tutto questo, un paradosso o divario, laddove è l’artista stessa ad insistere ossessivamente su questi innumerevoli ritratti, alla ricerca di una spiegazione (sulla diversità e marginalità), nello stesso momento in cui sono le persone ritratte ad attendere delle risposte da lei. E’ un dialogo arenato e senza vie di uscita, dove ognuno resta spettatore dell’altro, in attesa che qualcuno si pronunci. Lo scambio diventa impossibile così come lo è la comprensione della moltitudine di persone “reali” che abitano il mondo, talmente inimmaginabile da tramutarsi in pura astrazione. Questo lavoro meccanico, e quasi seriale, di insistere sui volti senza porsi un termine, risulta quindi un faticoso tentativo – e disperato – di contenere il fastidioso senso di dispersione con il quale tutti sono obbligati a convivere, semplicemente esistendo.

   
     

Helena Rusikova

   
   

Valentina Crivelli
“Essere donna” è il vissuto personale (qui ed ora), innestato, per lo più, sul dato biologico dell’"essere femmina”  (da sempre e per sempre). In qualità di immaginario culturalmente mediato e interpretato, “essere donna”, prima ancora che figlia, madre, suora, prostituta è già giocare un ruolo.
Il processo di costruzione di tale ruolo è guidato nel tempo da rappresentazioni sociali che defi­niscono precise politiche dei corpi delle femmine, li “producono” e li “normalizzano”, li “traducono” (come si “traducono” i carcerati) in donne.
Appare impossibile guardare al corpo  della donna come ad una forma puramente naturale: esso è luogo del potere e come tale sede di lotta politica (vedi femminismo).
La definizione,  l’adattamento, il rimodellamento del corpo della femmina sono le forme del potere sul corpo della donna: strumenti di attribuzione di significanti e, dunque, di senso. Ed è così, per dirla con Focault, che le micropratiche materiali della vita quotidiana sul corpo contribuiscono a costruire social­mente l’esistenza ed il ruolo della donna.

   
     

L.C.

   
   

Rossella Fava
Il linguaggio digitale è certamente quello che meglio caratterizza Rossella Fava,che con estrema efficacia denuncia una situazione di disagio ed insofferenza verso la città; con le sue immagini comunica un senso di soffocamento che cattura, una mancanza d’aria che travolge.
In ConcreteFlesh viene accentuata l’ostilità dello spazio urbano dalla visione angolata degli edifici provocando un senso di vertigine che va a sommarsi con l’inquietudine determinata dalla presenza di questo occhio minaccioso ed inquisitore.
La giovane artista sembra dire che non ha le catene ai piedi ma che nello stesso tempo non è libera, dichiara di vivere in cattività, chiusa in una gabbia di cemento.

CannonFodder e LuncheonMeat
ripropongono la stessa formula ma con una rassegnazione maggiore: mentre in ConcreteFlesh la denuncia rabbiosa dominava, in queste immagini si avverte una sopportazione superiore. La costante presenza dell’occhio però ci riporta in una dimensione di sopravvivenza all’orrore urbano che dilaga: uno sguardo vigile e attento che analizza ciò che lo circonda e permette un’evasione mentale dalla schiavitù fisica.

   
     

Ernestina Gatti

   
   

Stefania Palumbo
Le sculture di Stefania Palumbo mostrano tutte una ricerca di nitidezza, pulizia e semplificazione delle forme,data dall’utilizzo di elementi geometrici quali il cerchio, il quadrato, il triangolo, l’ovale e la spirale. Elementi presenti alla base di ogni creazione naturale ed utilizzati dall’uomo per lasciare le prime tracce della propria esistenza.
Al di là di ogni artificio, di ogni semplice apparenza delle cose, ciò che nella scultura ricerca è l’essenza delle forme e soprattutto delle cose, la loro continua valenza .
I simboli inizialmente creati dall’ uomo e che da sempre conservano il loro valore ed il loro significato, vengono rievocati e rielaborati nella sua scultura.

   
           
   

Antonela Tiozzo
If we were to give shape to tranquility, would it be like this? It is a work full of gentleness that shootes the mind.

[Se dovessimo dare forma alla quiete, essa ci apparirebbe forse così? É un lavoro pieno di grazia che colpisce dritto alla mente, spiazzandola.]

   
     

Takaaki Sasano
(Direttore del Museo di Arte Contemporanea di Sapporo, Giappone)

   
   

Maria Luisa Valenzano
Non è semplice dipingere secondo i regimi della nuova figurazione, circostanziare attimi quotidiani. Maria Luisa Valenzano è grandiosa proprio in questo, nel dettagliare scene di vita giornaliera, evidenziare i volti, le espressioni, i problemi, gli atteggiamenti. La grandezza di una giovane artista non risiede solo nel tratteggiare con cura estrema ogni dettaglio; la preziosità sta oltre, nel riuscire ad emozionare, nel consentire di leggere negli sguardi tentativi di capirsi, nelle pose più comuni dov’è l’intimità di ognuno.
Narra la vita ogni giorno, la Valenzano. Non esistono protagonisti: lo spazio e i personaggi hanno identico peso nella resa finale; tutti sono importanti, ogni elemento è cardinale per racchiudere le sue giornate, per sottolineare i suoi ricordi, la sua vita, la sua passione: l’arte. Cresce nelle sfide quotidiane, la pittrice, e cresce, inevitabilmente, nella pittura: nel tratteggio sempre più dettagliato, nel tentativo di lasciare tracce indelebili di una rappresentazione vivace e raffinatissima, delicata e in continua ascesa.

   
     

Anna Soricaro

   
   

Tiziana Vanetti
Alterna interni ed esterni la pittura di Tiziana Vanetti, direttamente ispirata all’immediatezza dello scatto fotografico. Sono quadretti di gruppi familiari in posa di fronte all’obiettivo fotografico, seduti e rilassati, con le gambe accavallate e le braccia sotto il mento, in attesa che l’arte fissi in modo indelebile la memoria collettiva di un momento di aggregazione familiare. Affidandosi a una pennellata veloce e fluida, slabbrata e gocciolante, l’artista delinea più le masse che i particolari, mantenendo il senso di una tensione psicologica ed esistenziale nonostante l’effimera superficialità della circostanza descritta.

   
     

Chiara Canali

   
           
        TORNA SU  

 

    Associazione Culturale Mondo a colori. Laboratorio d'arte
Via Messina, 2 - 66054 Vasto (CH) -ITALY
info@mondoacolori.it