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Mulier
INCONTRARTI 2007. Le proposte del Premio Vasto
a cura di Daniela Madonna,
presentazione storico-critica di Bianca Campli
Sala Michelangelo, Palazzo d'Avalos, Vasto (CH)
8-28 luglio, ore 19.00/24.00 (ingresso gratuito)
Info. 333.7320861/339.4287017
Inaugurazione Domenica 8 luglio, ore 18.30 |
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Basta entrare in
qualunque stanza di qualunque strada perché salti agli occhi tutta quella
forza, estremamente complessa, che è la femminilità. E come potrebbe essere
altrimenti? Perché sono milioni di anni che le donne siedono in quelle
stanze, cosicché ormai le pareti stesse sono intrise della loro forza
creativa, la quale ha sopraffatto a tal punto la forza dei mattoni e della
malta che deve per forza attaccarsi alle penne e ai pennelli e agli affari e
alla politica. Ma tale forza creativa differisce enormemente dalla forza
creativa degli uomini. E si deve concludere che sarebbe mille volte un
peccato se essa venisse ostacolata o sciupata, perché è stata conquistata
con secoli della più drastica disciplina e non c’è niente che possa
prenderne il posto. Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero
come gli uomini o vivessero come gli uomini o assumessero l’aspetto di
uomini, perché se due sessi sono insufficienti, considerata la vastità e
varietà del mondo, come faremmo mai con uno solo?
(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé,
saggio tratto da due conferenze tenute nel 1928)
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Sono trascorsi molti lustri
da quando Virginia Woolf, riflettendo sulle condizioni necessarie
all’attività letteraria ed artistica in genere, sottolineava
l’imprescindibile valore dell’autonomia economica e di una stanza tutta per
sé, intesa anche come spazio e respiro dell’anima. Presupposti, questi, per
secoli negati alle donne non solo dalla diffusa e dominante povertà
materiale, ma anche dal ruolo sociale affannosamente ricoperto e da un’autopercezione
castrante.
Negli anni ’70 Elena Gianini Belotti, nel saggio Dalla parte delle
bambine, considerava come la creatività e l’ingegno femminili venissero
obnubilati dai pregiudizi e dal sistema educativo, attraverso il lento
sedimentarsi di condizionamenti provenienti dalla famiglia, dalla scuola,
dai mezzi di comunicazione e persino dal gioco, in età infantile.
Naturalmente neppure l’universo maschile sfuggiva alla tirannia dello stile
formativo allora diffuso, che lo portava a reprimere aspetti importanti
della propria interiorità. L’autrice auspicava l’avvento di un’educazione
che permettesse il naturale sviluppo delle qualità della persona in quanto
tale, al di là del discrimen sessuale.
Oggi, almeno in via teorica, tale prospettiva sembra essersi realizzata.
Almeno qui, e ora, in questa fetta occidentale del Pianeta sempre in bilico
tra conquiste archiviate e ambiguità di gestione delle tanto sbandierate
libertà individuali. In concreto, molti sono ancora i passi da compiere
verso un’acquisizione di diritti che non sia solo gridata o sospirata, bensì
vissuta realmente ed in modo sereno. Ma questo discorso porterebbe lontano.
L’ispirazione da cui prende avvio la mostra Mulier parte da una
constatazione: le donne hanno scelto di abitare la stanza di cui parlava la
Woolf, anche per fare arte. Ne hanno ripulito i muri da ogni decorativismo e
lucidato gli specchi in modo che cessassero di riverberare solamente un
pallido riflesso di Adamo. Ne hanno aperto le porte, per sfuggire alla paura
di perdersi nella propria complessità. Hanno deciso, infine, di esplorare
quella stessa complessità attraverso il linguaggio artistico, per viverla
fino in fondo e raccontarla.
Le otto espositrici proposte da IncontrArti narrano dunque la storia
di Mulier, non solo femina, non solo uxor, non solo
mater, non solo domina, ma anche artifex, artista, che
interpreta il mondo e lo traduce in illuminazioni etico-estetiche.
Così è per gli enormi fiori androgini di Emanuela Camacci,
contenitori simbolici in cui convivono la fecondità femminile e quella
maschile, l’antico invito a cogliere la vita per esorcizzarne la fugacità,
il sacro impeto della riproduzione che perpetua il miracolo dell’esistenza.
L’eco dolorosa della sensualità, nelle sculture, è stemperata attraverso il
filtro dell’ironia, che scivola su arti disarticolati e fili di sutura
cantando l’inno della sopravvivenza.
La fucina ritrattistica di Lucilla Candeloro è luogo di confessione e
riscatto per tanti personaggi incontrati chissà dove e chissà quando,
destinati ad estinguersi nella loro parvenza di realtà eppure eterni per
mano dell’artista. La loro presenza aleggia con imponenza, risucchia lo
spettatore verso un incontro d’impatto, tenta di distoglierlo dalla perversa
distrazione che alberga nel quotidiano incedere del passante contemporaneo.
Il quale passa, appunto, spesso senza lasciare segni.
La pittura tonale di Valentina Crivelli sembra affiorare dalla tela
come il rossore su un volto sorpreso dall’emozione. Percepite da un’adeguata
distanza, pennellate compatte e analitiche restituiscono una lucida lettura
dei rituali della cura della persona, reiterate “torture” che rispondono al
dictat dell’edonismo somatocentrico. Ma l’obbligo di piacere e di
piacersi, caduti gli effimeri orpelli a cui si aggrappa, cede il posto ad
uno struggente desiderio di essere riconosciuti al di là delle apparenze.
All’avvicinarsi dell’osservatore, la consistenza delle immagini indietreggia
e si scompone in macchie di colore dai margini ben definiti, quasi a rendere
visibile l’energia spirituale dei soggetti raffigurati.
Nelle elaborazioni digitali di Rossella Fava l’innaturale
compenetrazione tra il volto umano e le prigioni di cemento metropolitane
mette in luce una claustrofobica percezione dello spazio-città, del
paesaggio antropico che a volte diventa minaccioso e perde la sua funzione
di condensatore relazionale, custodendo immense solitudini. Gli
occhi-sentinella dell’artista, però, reagiscono dignitosamente all’affronto
dei taciti giganti architettonici, che potrebbero sparire ad un semplice
battito di ciglia, ad una sola negazione dello sguardo, risucchiati dal
senso di vuoto incombente.
Le spirali lapidee di Stefania Palumbo contengono nel loro nucleo la
sintesi di ataviche potenzialità inespresse, il vigore del seme che si
schiude alla metamorfosi della germinazione. Lo slancio verso l’esterno,
verso l’inconosciuto, esprime poi il percorso dell’esperienza personale che
si completa attraverso l’incontro con l’altro, in un moto centrifugo che
introduce pienamente nell’alveo della vita e ne contempla il corso.
Quella di Antonella Tiozzo è una poesia scolpita nella pietra,
affidata a sillabe algide eppure duttili tra le dita. Candidi fili di marmo
sono le sue parole, che si appigliano alle pieghe del transeunte come tenaci
ragnatele percorse dal vento, evocando il cammino di ricostruzione seguito a
fasi di angoscioso smarrimento. Compongono il carme della rinascita, che
mastica la polvere, strappa le lenzuola, prepara le ali ad un nuovo volo.
Salutano l’avvento della quiete ritrovata, l’enigmatica modulazione del
sorriso che dileggia le ceneri del passato.
Il diario pittorico di Maria Luisa Valenzano intende
registrare l’eccezionale normalità del menage di tutti i giorni,
condotto insieme agli affetti più preziosi entro confini conosciuti e
rassicuranti. Il suo è un racconto intimo, profondo, che cattura frammenti
isolati di un mosaico domestico in divenire. Testimone privilegiata della
rappresentazione è una calda e soffusa luminosità, che piove all’interno
degli ambienti accarezzando i profili delle figure e ammantandole di una
scintillante aura sacrale.
La dimensione domestica e familiare affascina anche Tiziana Vanetti,
che con tocchi rapidi e dinamici ritrae momenti di ordinaria condivisione
spazio-temporale da parte di ristretti gruppi parentali. Le tinte che
predilige sono neutre, eleganti, rilassate e rilassanti come le pose dei
protagonisti dei suoi quadri. A vivacizzare l’impianto generale delle opere,
gradazioni vibranti accendono particolari di forte richiamo visivo,
proiettando lo spettatore all’interno delle scene dipinte.
Questo è lo scrigno di Mulier, che certamente si arricchirà grazie al
confronto con l’intelligente pubblico dei fruitori. |
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Daniela
Madonna |
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Emanuela Camacci
Fiore > ciclo biologico
Fiore misterioso, intimo, seducente. Corpo tenero e virile nella sua
sensualità rosea, umana, di carne viva; fragile ed effimero.
Rappresentazione del ciclo biologico della vita e della morte; il fiorire
che corrisponde allo stato femminile di fertilità, associato alla nascita.
Fallo-fiore che sboccia, florido, vigoroso ed esuberante. Vivo per un
periodo labile, fugace, transitorio. Coglierne l’attimo, prima che scompaia
e muoia. Il filo alla
radice come espressione d’unità e molteplicità. Il filo come trama di un
vestito, che copre per poi denudare. Srotolandosi ne rivela la debolezza, la
fragilità, ma anche l’aspetto più provocante, voglioso, erotico. Pianta
carnivora, turgida e carnosa; attrae per adescare.
Il fallo come elemento primario della tradizione monolitica, dove la
seduzione del volume interno invita a toccare. La verticalità richiama alla
rappresentazione dell’uomo in relazione alla protezione divina. Come appare
nel rituale dei Menhir, lunghe pietre piantate verticalmente nel terreno,
puntate verso il cielo in un desiderio di contatto tra mondi, di forza
assoluta.
Esaltare l’aspetto architettonico, scultoreo dell’opera e dello spazio nella
sua totalità, considerandola nel suo insieme come organismo vivo, autonomo
ed in continua evoluzione. |
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Lucilla Candeloro
Facce ovunque. Dietro questa
presenza pressante e velatamente claustrofobica di volti, sembra nascondersi
l’attesa di qualcosa: balena l’idea che l’autrice sia in debito con tutte
quelle persone, per il fatto stesso di averle create, e che loro adesso
vogliano delle risposte. Questa sensazione è ulteriormente accentuata dalla
capacità tecnica dell’artista che, se ad un primo sguardo può apparire
sterile accademismo, in realtà rende queste figure “presenti” e vibranti,
condizioni necessarie affinché possano avvicinarsi il più possibile
all’universo dello spettatore: l’universo delle persone che esistono
davvero. La galleria di facce creata da Lucilla Candeloro ha ipoteticamente
origine in persone realmente esistenti, o esistite: si tratta con ogni
probabilità di persone che non avendo goduto di un riconoscimento in vita,
sperano di ottenerlo almeno nella loro dimensione riprodotta. Una sorta di
riscatto attraverso l’arte. Esiste però, in tutto questo, un paradosso o
divario, laddove è l’artista stessa ad insistere ossessivamente su questi
innumerevoli ritratti, alla ricerca di una spiegazione (sulla diversità e
marginalità), nello stesso momento in cui sono le persone ritratte ad
attendere delle risposte da lei. E’ un dialogo arenato e senza vie di
uscita, dove ognuno resta spettatore dell’altro, in attesa che qualcuno si
pronunci. Lo scambio diventa impossibile così come lo è la comprensione
della moltitudine di persone “reali” che abitano il mondo, talmente
inimmaginabile da tramutarsi in pura astrazione. Questo lavoro meccanico, e
quasi seriale, di insistere sui volti senza porsi un termine, risulta quindi
un faticoso tentativo – e disperato – di contenere il fastidioso senso di
dispersione con il quale tutti sono obbligati a convivere, semplicemente
esistendo. |
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Helena Rusikova |
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Valentina Crivelli
“Essere donna” è il vissuto
personale (qui ed ora), innestato, per lo più, sul dato biologico
dell’"essere femmina” (da sempre e per sempre). In qualità di immaginario
culturalmente mediato e interpretato, “essere donna”, prima ancora che
figlia, madre, suora, prostituta è già giocare un ruolo.
Il processo di costruzione di tale ruolo è guidato nel tempo da
rappresentazioni sociali che definiscono precise politiche dei corpi delle
femmine, li “producono” e li “normalizzano”, li “traducono” (come si
“traducono” i carcerati) in donne.
Appare impossibile guardare al corpo della donna come ad una forma
puramente naturale: esso è luogo del potere e come tale sede di lotta
politica (vedi femminismo).
La definizione, l’adattamento, il rimodellamento del corpo della femmina
sono le forme del potere sul corpo della donna: strumenti di attribuzione di
significanti e, dunque, di senso. Ed è così, per dirla con Focault, che le
micropratiche materiali della vita quotidiana sul corpo contribuiscono a
costruire socialmente l’esistenza ed il ruolo della donna. |
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L.C. |
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Rossella Fava
Il linguaggio digitale è certamente quello che meglio
caratterizza Rossella Fava,che con estrema efficacia denuncia una situazione
di disagio ed insofferenza verso la città; con le sue immagini comunica un
senso di soffocamento che cattura, una mancanza d’aria che travolge.
In ConcreteFlesh viene accentuata l’ostilità dello spazio urbano
dalla visione angolata degli edifici provocando un senso di vertigine che va
a sommarsi con l’inquietudine determinata dalla presenza di questo occhio
minaccioso ed inquisitore.
La giovane artista sembra dire che non ha le catene ai piedi ma che nello
stesso tempo non è libera, dichiara di vivere in cattività, chiusa in una
gabbia di cemento.
CannonFodder e LuncheonMeat
ripropongono la stessa formula ma con una rassegnazione
maggiore: mentre in ConcreteFlesh la denuncia rabbiosa dominava, in
queste immagini si avverte una sopportazione superiore. La costante presenza
dell’occhio però ci riporta in una dimensione di sopravvivenza all’orrore
urbano che dilaga: uno sguardo vigile e attento che analizza ciò che lo
circonda e permette un’evasione mentale dalla schiavitù fisica. |
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Ernestina Gatti |
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Stefania Palumbo
Le sculture di Stefania Palumbo mostrano tutte una ricerca di nitidezza, pulizia e semplificazione
delle forme,data dall’utilizzo di elementi geometrici quali il cerchio, il
quadrato, il triangolo, l’ovale e la spirale. Elementi presenti alla base di
ogni creazione naturale ed utilizzati dall’uomo per lasciare le prime tracce
della propria esistenza.
Al di là di ogni artificio, di ogni semplice apparenza delle cose, ciò che
nella scultura ricerca è l’essenza delle forme e soprattutto delle cose, la
loro continua valenza .
I simboli inizialmente creati dall’ uomo e che da sempre conservano il loro
valore ed il loro significato, vengono rievocati e rielaborati nella sua
scultura. |
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Antonela Tiozzo
If we
were to give shape to tranquility, would it be like this? It is a work full
of gentleness that shootes the mind.
[Se dovessimo dare forma
alla quiete, essa ci apparirebbe forse così? É un lavoro pieno di grazia che
colpisce dritto alla mente, spiazzandola.] |
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Takaaki
Sasano
(Direttore del Museo di Arte Contemporanea di Sapporo,
Giappone) |
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Maria Luisa Valenzano
Non è semplice dipingere
secondo i regimi della nuova figurazione, circostanziare attimi quotidiani.
Maria Luisa Valenzano è grandiosa proprio in questo, nel dettagliare scene
di vita giornaliera, evidenziare i volti, le espressioni, i problemi, gli
atteggiamenti. La grandezza di una giovane artista non risiede solo nel
tratteggiare con cura estrema ogni dettaglio; la preziosità sta oltre, nel
riuscire ad emozionare, nel consentire di leggere negli sguardi tentativi di
capirsi, nelle pose più comuni dov’è l’intimità di ognuno.
Narra la vita ogni giorno, la Valenzano. Non esistono protagonisti: lo
spazio e i personaggi hanno identico peso nella resa finale; tutti sono
importanti, ogni elemento è cardinale per racchiudere le sue giornate, per
sottolineare i suoi ricordi, la sua vita, la sua passione: l’arte. Cresce
nelle sfide quotidiane, la pittrice, e cresce, inevitabilmente, nella
pittura: nel tratteggio sempre più dettagliato, nel tentativo di lasciare
tracce indelebili di una rappresentazione vivace e raffinatissima, delicata
e in continua ascesa. |
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Anna
Soricaro |
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Tiziana Vanetti
Alterna interni ed
esterni la pittura di Tiziana Vanetti, direttamente ispirata
all’immediatezza dello scatto fotografico. Sono quadretti di gruppi
familiari in posa di fronte all’obiettivo fotografico, seduti e rilassati,
con le gambe accavallate e le braccia sotto il mento, in attesa che l’arte
fissi in modo indelebile la memoria collettiva di un momento di aggregazione
familiare. Affidandosi a una pennellata veloce e fluida, slabbrata e
gocciolante, l’artista delinea più le masse che i particolari, mantenendo il
senso di una tensione psicologica ed esistenziale nonostante l’effimera
superficialità della circostanza descritta. |
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Chiara
Canali |
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Associazione Culturale Mondo a colori. Laboratorio d'arte
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